
Inclusivo
Contrario di “esclusivo” e meno utilizzato. Perchè?
incluṡivo agg. [dal lat. mediev. inclusivus]. – Che vale a includere, o meglio che include, che comprende in sé qualche cosa: il prezzo del biglietto è i. della tassa erariale; il pronome «noi» è i. dei pronomi di prima e seconda persona (cioè di io e tu o io e voi).
Raramente mi piace parlare in forma passiva o ragionando per assurdo, al contrario.
Per il termine “inclusivo” farò un’eccezione.
Infatti, parto dal suo contrario, ovvero “esclusivo“.
escluṡivo agg. [dal lat. mediev. exclusivus, der. di excludĕre «escludere»]. – 1. Che tende a escludere o ha forza di escludere: clausola e.; diritto e., che compete a una sola persona o ente, escludendo tutti gli altri dall’esercizio del diritto medesimo; modello e., lo stesso che modello in esclusiva. Riferito a persona, che afferma o giudica troppo recisamente, ritenendo buone soltanto le opinioni proprie e fallaci quelle altrui: non si può ragionare con lui, è troppo esclusivo. 2. Nella logica, proposizione e., la proposizione velatamente composta (equivalente cioè a due proposizioni) che attribuisce il predicato a un soggetto e a quello solo: per es. «non c’è che un Dio»; frase che equivale a due proposizioni: «c’è un Dio» e «non ce ne sono altri». 3. Sul modello dell’ingl. exclusive, riferito ad ambiente (circolo, club, ecc.) la cui frequenza è limitata a determinate persone, di solito a persone particolarm. agiate o raffinate.
Nel mondo di oggi l’esclusività è promossa come forma di auto-affermazione. Se una cosa è esclusiva e tu la possiedi, sei una spanna sopra a tutti coloro non possiedono quella cosa specifica.
Ma il mio focus è su questo aspetto: esclusività come esclusione. Se una cosa è esclusiva, significa che qualcuno ne viene tenuto fuori, a torto o a ragione.
Per questo mi piacerebbe che la parola “inclusivo” fosse più utilizzato e valorizzato.
Perché sarebbe importante venisse veicolato questo messaggio positivo: non siamo isole, le nostre iniziative e attività acquistano valore nella misura in cui impattano nelle vite di quante più persone possibili. Altrimenti, restano contenuti sterili.
Se misurassimo i nostri successi e le nostre opere nella misura in cui risultano inclusive e non nella misura in cui escludono parte del potenziale pubblico, forse cambieremmo impostazione e atteggiamento.
Riflettiamo su quanto dia fastidio a noi sentirci “esclusi”. Bello quel locale esclusivo… ma se non ci posso entrare, magari un po’ mi rode.
Non sarebbe meglio un bel locale inclusivo?